Thursday, 8 July 2010



Facciamo finta che vada tutto bene. Facciamo finta che non siano passati tutti questi anni. E visto che ci siamo facciamo anche finta che tutto questo non stia per accadere in un terratetto in quel di Criptalie, ma in un qualsiasi posto sul Sunset Boulevard tra puttane travestite da donne in carriera e automi lunedì-venerdì con stivali e catene da finto rocker.
Questo si diceva Greg salendo a due a due i gradini in marmo della palazzina in pieno centro, pronto ad incontrare colui il quale aveva contribuito a rendere le esibizioni dei Maribor, la band liceale di Greg, reali e contemporaneamente simili in tutto alle sagre del cinghiale di Montespertoli. Con tanto di panini alla coppa e roboante gruppo elettrogeno a colmare i silenzi tra un pezzo ed un altro, di modo che tra Smoke on the Water e Cocaine il pot-pot-pot-pot-pot non mancasse mai.
Saverio Trippa, un incrocio tra un fratello Baldwin obeso scelto a caso e Big Jim sotto l'effetto di pesanti droghe, trascorreva tre quarti della sua mattinata sul divano, alternando in modo sublime e disarticolato programmi come Forum a telefilm come Supervicky. Tanto che intorno alle due del pomeriggio arrivava quasi a convincersi di poter chiudere anche la sua di figlia in uno sgabuzzino, al pari del signor Lawson. Il punto cardine però era che mentre Ted Lawson era un ingegnere esperto in robotica, Saverio Trippa affittava semplicemente attrezzatura per concerti, distinguendo a malapena una Peroni da una Ceres. Senza stare a sottolineare che Lucilla, la figlia di Saverio, non era ne un androide ne dotata di forza sovrumana. L’unica cosa oltre l’umano che quella ragazza poteva avere era la bruttezza, rimasta immutata nel corso degli anni; insieme alla sua voce, al cui confronto il latrato simultaneo di quattro cocker in piena crisi ormonale ad aprile sarebbe sembrato un coro angelico.
Saverio non rispondeva al telefono né tantomeno al citofono. Anni prima si era autodichiarato produttore musicale, lanciando nel panorama provinciale artisti dalla dubbia fama come K-lino, un polistrumentista in erba passato dai banchi della frutta direttamente all'armonica a bocca, e Hot Wine, un ex pescivendolo con voce sette ottave oltre il vagito di un qualsiasi neonato a cui hanno rivelato che quello è solo il cordone ombelicale. La verità era che il signor Trippa di musica ne sapeva ben poco e oltre alla collezione sconfinata dei vinili di Fausto Papetti, sulle cui copertine tutti almeno una volta in gioventù avevano schiaffeggiato il papero, non possedeva molto altro. Sicchè i due pseudo artisti fecero davvero molta poca strada. Il primo finì col vagare per le strade senza meta tanto che venne più volte dato per morto. Il secondo tornò a vendere pesce, mitili e molluschi al mercato, questa volta però utilizzando ogni volta il suo primo ed unico singolo, “Lez go to fish, go!”, come colonna sonora.
Dal canto suo Saverio aveva continuato ad affittare semplicemente strumentazione e non potendosi permettere una segretaria, il suo solo tramite comunicativo con chi lo cercava era la figlia. Chiunque avesse avuto bisogno dei suoi servizi o delle sue attrezzature in nolo doveva prima superare lei, la cui unica funzione era riferire a suo padre in tempo reale lo scambio di battute che avveniva con il potenziale cliente.
Tutto questo, chiaramente, ad un volume quattro volte superiore.
“Che vuoi?” gli chiese Lucilla, affacciandosi alla finestra del primo piano.
“Ehm... ciao!” balbettò Greg, sentendosi a disagio peggio che alla sua prima esibizione. “Cercavo Saverio. E' in casa?”
“CHI È?” si sentì urlare da dentro.
“UN TIPO PAPÀ. CERCA TE!” urlò la ragazza a sua volta.
“E CHE CAZZO VUOLE?”
“NON LO SO! Cos'è che volevi?” gli chiese, tornando ad un volume umano.
“Volevo solo chiedergli della strumentazione in affitto. Non so, un po' di cavi, fari e strobo... le solite cose, insomma.”
“PAPÀ!” urlò ancora.
“EH!?”
“FARI E STROBO!”
“ECCO, DEV'ESSERE UN ALTRO RAGAZZINO CHE CREDE D'ESSERE UN ARTISTA. NELLA MONNEZZA LI TIREREI TUTTI! FALLO ENTRARE!”
“Entra, va'!” lo invitò lei guardandolo con sufficienza.
E Greg entrò.

( tratto da "Greg and the Tropea Onions" - MDX Ediz. 2003)

Sunday, 27 June 2010


La cittadina di Criptalie negli anni novanta non aveva nulla da invidiare alla fantomatica Castle Rock delle storie di King. La differenza sostanziale forse è che c'erano molti meno mostri e molte più teste di cazzo. Erano gli anni del grunge e delle camice di flanella a quadri, del panino “cotoletto” (carne panata misto erbette, misto pomodori, misto farina di granito) e del Braghello, la valida alternativa festaiola al più famoso Brachetto, di cui bastava sorseggiarne due bicchierini per rivoltare una Panda con un rutto. Una violenza gassosa a metà strada tra il crodino ed il gingerino recoaro. Era come avere una piccola nova pronta ad esplodere nella trachea.
Greg era andato via da Criptalie appena terminate le scuole dell'obbligo, intendendo per obbligo i calci nel culo che suo padre gli razionava per spedircelo. Eppure, nonostante gli anni trascorsi, Greg amava ritornare in quel posto fatto di piccole certezze e paradossali perplessità. Gli anni non avevano cambiato il volto della città. Ne erano passati quindici, ma gli unici cambiamenti veri erano stati lo spostamento dell'ufficio della Polizia Municipale, rimpiazzato dal Pub Magenta, il crollo totale del contrabbando di sigarette e l'outing di Jerry, un tempo noto donnaiuolo, dichiaratosi apertamente frocio.
Fu per questa malinconia e affezione di fondo che quando un piccolo comune calabro decise di annullare la loro esibizione dopo le vivaci proteste degli animalisti feliniferi, i ragazzi pensarono di spostare il tutto in quel di Criptalie. Dovevano trovare nuovi spunti compositivi per nuovi pezzi e quella piccola deviazione non avrebbe potuto che far bene alla band.
Arrivarono in città a tarda sera. Le strade erano deserte e gli incroci inutilmente illuminati solo dalla bieca intermittenza del giallo semaforico. Il piccolo furgone smarmittava fumoso nella quiete della notte e Willie e Ric già dormivano nel retro, dopo aver tirato giù le ultime due birre.
“Quindi tu vivevi qui?” gli chiese Oscar guardandosi intorno mentre cercava di far entrare la seconda.
“Sembrerebbe di sì” sorrise Greg accanto a lui.
“E quando hai capito che saresti andato via?”
“Più o meno in quarta elementare.”
“Ma va'... e non ci torneresti?”
“Ci tornerei anche domani.”
“E cosa te lo impedisce?”
“Sono andato via perchè credevo che le cose non sarebbero mai cambiate... sai, gli atteggiamenti da provinciali, i gusti musicali, le poche risorse o aspettative.”
“E quindi?”
“E quindi un cazzo, Oscar! Cosa vuoi che ti dica, è una cosa che non riesco a spiegarti. Devi averci vissuto per capire.”
“Va bene va bene, ma noi dove andiamo a dormire stanotte? Quei due lì dietro son già belli che andati.”
“Andiamo dai miei nonni.”
“Dai tuoi nonni? A quest'ora? Ma non dormono?”
“Tranquillo. I nonni dormiranno anche, ma la signora Palma è sempre sveglia.”
“La signora Palma?”
Greg l'aveva conosciuta nella notte dei tempi, quando Efesto aveva forgiato le armi dei ciclopi, il carro del dio sole ed il suo enorme ed ignobile culone, un complesso di ciccia pachidermico e intrasportabile, che lei ancheggiava con movimenti semirotatori durante il cammino. Questo per essere sicura di urtare qualsiasi cosa si trovasse in un raggio d’azione oscillabile tra i quaranta centimetri ed il metro. Inizialmente aveva creduto per quattro lunghi mesi che in realtà fosse Riccardo Cocciante travestito da donna delle pulizie. Era la badante dei nonni di Greg da troppi anni e le sue occupazioni principali consistevano nella manutenzione della casa in toto, nel cucinare quantitativi di cibo al limite dell'umana digeribilità e nel rompere in maniera inconsulta tutto ciò che potesse avere per Greg una valenza affettiva, spirituale, carnale. Dai vinili più rari alle miniature di draghi accumulate nell'adolescenza durante il periodo dangeons & segons.
Non aveva mai saputo il suo cognome. Proprio come lei non era mai stata in grado di spiccicare nessuna frase di senso compiuto che non fosse un sibilato e funereo “Ieeee sooooneee Paaalmaaa”, con cui si presentava solitamente. Tutto il resto era un misto di dialetto privo di vocali e ragliati impronunciabili conditi dall’intercalare “most” con cui la signora Palma, a seconda dell’intonazione, era solita annuire, esprimere diniego, disappunto, rispondere al telefono, incazzarsi, rimproverare e a volte, ma solo in casi rari ed estremi, lanciare anatemi. Il suo significato resta tuttora oscuro.
“Com'è che siamo finiti in questo posto dimenticato da Dio?” Willie si sfregava gli occhi davanti al numero 31 di Via Ferraris.
“Piantala di lamentarti, Willie, non sento il citofono” lo ammonì Greg.
Un rumore stridente di ferraglia e friggitorie cinesi risuonò nel buio seguito da una voce flebile.
“Cosa cazzo è che ha detto?” chiese Oscar accostando l'orecchio alla vecchia pulsantiera in alluminio del citofono.
“Credo abbia chiesto chi è...”

( tratto da "Greg and the Tropea Onions" - MDX Ediz. 2003 )

Monday, 21 June 2010


Tra escrementi di puffo travestiti da mozzarelle che riprendono la loro identità perduta e la fatwa dell'ayatollah contro i cani domestici, colpevoli quadrupedi che sottrarrebbero l'amore (o le legnate?) degli uomini alle mogli, sul City di oggi leggo:
“Il pittore ebbe una vita sessualmente spericolata. Avrebbe pure fatto il protettore e procacciatore di prostitute.”
Uno così, da noi, non poteva che stare sulle banconote da cento.

Wednesday, 16 June 2010


Ad averlo saputo in terza liceo che alla soglia dei trenta sarebbe diventato un cantante semiaffermato di una band di pseudo successo si sarebbe evitato tutti i pistolotti di suo padre sul futuro e, magari, avrebbe saputo anche cosa rispondere alla preside in sede di ramanzina per essere stato beccato a farsi un cannone, ma allora si chiamavano ancora spinelli, nei bagni della scuola. Certo, ad aver saputo tutto questo con qualche anno d’anticipo, anche la depressione che lo coglieva puntuale dopo un poderoso rilascio endorfinico masturboprodotto non sarebbe stata tutto questo grande problema, perché avrebbe visto la cosa come semplice preparazione atletica a tutte le fan sfegatate degli Onions, quattro in totale, che un giorno si sarebbe portato a letto grazie alla fama e alla verve artistica di un asino ragliante. […]
Nel primo anno di gloria degli Onions le quattro si erano alternate come il rincorrersi delle stagioni, lasciando bene o male un ricordo nella memoria di Greg o, alla peggio, qualche storia da raccontare a fine serata. In base al tipo di approccio che avevano avuto a letto, e conseguentemente ai loro orgasmi, c’erano state Sally la chiacchierona, che aveva la malsana abitudine di ripetere capitoli del suo esame di biologia cellulare durante i rapporti, Matilde la scimmia urlatrice, capace di alternare a volumi altissimi solo le vocali a ed u reiterandole in modo prolungato a seconda della posizione, Francesca la monopecora. Su quest’ultima possono tralasciarsi le spiegazioni.
La storia che senza dubbio aveva però avuto pesanti ripercussioni sulla band era stata quella con Stefania.
Stefania l’aveva conosciuta subito dopo l’intervista con Claudia di Radio Rock. […]
Sulle prime, lui aveva seriamente cercato un cesso per pisciare, sperando di aver impressionato a tal punto la sua intervistatrice da poterle strappare un invito a cena, o un pompino, a seconda delle priorità e predisposizioni. Poi però, proprio sulla porta dei bagni della radio, si era scontrato con questa ragazza acqua e sapone, blondie e sapore, occhialini e candore, che lo aveva fatto deviare dai propositi di minzione. Stefania era una delle redattrici della radio e dagli anni settanta in poi la musica rock non aveva grossi segreti per lei. Di una così sarebbe stato difficile non invaghirsi; almeno questa fu la spiegazione di Greg a Serena, che ormai a stento riusciva a mascherare la sua gelosia.
Eppure, anche Stefania, in quel microcosmo fatto di lenzuola e umori, era saltata agli onori delle chiacchierate tra bandmates. Che ci mettesse passione lo aveva immaginato sin da quando lei gli aveva rivelato che il suo primo lp era stato l’omonimo degli Skid Row. Quello che non avrebbe mai immaginato era che si sarebbe dovuto scontrare con la categoria peggiore delle partner: la navigatrice o impiegata dell’Anas.
E così, proprio nei momenti salienti Greg si trovava costretto a seguire le indicazioni per raggiungere con facili scorciatoie la destinazione. Sì, così… avanti, non fermati… più veloce, più lento, tra cento metri tenere la sinistra e girare su via Falloppio.
Una notte, dopo l’ennesimo concerto in provincia, Stefania e Greg si fecero prendere dalla passione nella hall dell’alberghetto dove la band pernottava. Lei sussurrava tutte le indicazioni del caso per arrivare senza troppi intoppi a orgasmo city, ma fu interrotta da Willie, che, sbronzo e con tanto di fischietto e palettina arrangiata con una stecca di marlboro, urlò “SIGNORINA! Lei è in contravvenzione! Questa è una zona ztl!”
Nonostante i rapporti tra Willie e Greg fossero sempre stati tesi, quella fu la prima vera occasione in cui i due si avvicinarono, tirando avanti fino al mattino a rotolarsi sul pavimento tra risate e colpi di tosse.
Fu l’ultima volta che Greg vide Stefania.

( tratto da "Greg and the Tropea Onions" - MDX Ediz. 2003 )

Friday, 14 May 2010



Il problema per Greg e i Tropea Onions restava sempre il brano di fine scaletta. Dopo un'attenta riflessione avevano deciso di comune accordo di chiudere i loro live con una cover di qualcuno. Un po' perchè è buona consuetudine per ogni band sapersi confrontare e reinterpretare le canzoni di qualche artista morto da abbastanza tempo in modo che non abbia a prendersela a male se la cover fa cagare, un po' perchè fa tanto figo cantare ad un pubblico di diciottenni qualcosa che forse è ignoto anche ai loro padri. In quel periodo c'era la rivalutazione della canzone italiana e Riccardo in una sua trasferta romana aveva visto un bassista che in repertorio aveva messo un pezzo di Ivan Graziani. La cosa lo aveva così entusiasmato che, una volta tornato a Milano, aveva proposto ai ragazzi di mettere in scaletta “Taglia la testa al Gallo”. L'idea riscosse consensi positivi e persino Greg, solitamente riluttante alle cover, aveva approvato l'idea ruttando il suo consenso mixato gingerino.
Tuttavia, la sera del debutto in scaletta della fantomatica cover, Greg era ormai allo stremo della sobrietà dopo sei birre, tre gin tonic ed un bicchiere di amarone; così, facendo leva sul suo ben noto odio per i felini, trasformò involontariamente il testo mettendo come oggetto del titolo un gatto e non un gallo.
Taglia la testa al gatto.
La cantò adeguando man mano il testo con tutto quello che gli passava per la mente, forte di quello che i più chiamarono entusiasmo, ma che in realtà era solo una leggera forma di delirium tremens. Tutto questo mentre, roteando l'asta del microfono, rincorreva sul palco un gatto che probabilmente nessun altro avrebbe mai visto a parte lui.
Sulle prime gli altri non condivisero la scelta di Greg di cambiare le parole della canzone e la cosa fu ennesimo spunto per litigi interni e biglietti omaggio per fanculandia, ma ben presto i video amatoriali di “Taglia la testa al Gatto” iniziarono a circolare nella rete e la canzone divenne richiestissima ad ogni loro live. Amilcare Lanzetti non era un idiota e fece fermentare la cosa fino ai primi giorni di maggio, esattamente fino al dieci, per poi spedire i ragazzi in sala d'incisione e far nascere quello che sarebbe diventato dopo quattro settimane un sicuro tormentone estivo.
Non appena il singolo fece il suo primo passaggio su Radio Rock Mi, gli animalisti si scagliarono in massa contro la band, minacciando ritorsioni, rappresaglie e sit in felini sotto la sede della Accor. Erano riusciti a far sospendere un settantenne da un emittente radiofonica solo per aver associato l'animale gatto all'animale coniglio; non sarebbe passato troppo tempo prima di convincere le radio a boicottare il singolo. Eppure, nonostante gli sforzi profusi nella protesta ed i politici coinvolti, la cosa non avvenne e Greg, spinto dall'euforia e dal suo odio felino, scrisse la perfetta B-side per il singolo, cosa che non fece che rafforzare le polemiche intorno alla band.
Nei primi caldi di giugno la b-side “Aperimicio”, perfetta critica sulla Milano da bere degli aperitivi per alcuni, una cazzata devastante priva di ogni velleità melodica per altri, invase le charts e le radio. Le vendite sarebbero schizzate al cielo, Amilcare avrebbe gioito come un bimbo sotto l'albero la mattina del venticinque, Serena avrebbe stampato una vagonata di maglie con teste di gatto. E le avrebbe vendute tutte. Era la svolta, una gemella di Marylin che debutta sul grande schermo con gli effetti speciali della Industrial Light and Magic, la otto nella buca d'angolo. Inquinamento radiofonico con una massiccia dose di orecchie prive di gusto. E un improponibile quantitativo di culo, chiaro.
“Greg” sorrise la speaker della radio, avvicinando il microfono alle labbra di Greg. “Nei vostri pezzi non risparmiate proprio nessuno. Ce n'è per tutti. Dal papa allo stato, dalla televisione ai cinepanettoni... ma arrivare addirittura ai gatti!?”
“E cosa c'è di male?” rispose inarcandosi sulla sedia e guardando il ragazzetto biondo al di là del vetro che sceglieva il prossimo disco.
“Beh, non pensi che la cosa possa istigare i giovani a fare stupidaggini?”
“Si, certo. Come dici tu cara. Ora non è che mi indicheresti il bagno?”
“Come prego?”
“Il bagno, hai presente? Dove si...” e alzandosi in piedi gesticolò una minzione.
“Ah si... ahah... che sagoma il nostro Greg amici a casa! Lo avreste mai detto?” ridacchiò nel microfono dopo essersi guardata intorno stranita e imprecante.
“Ho capito vai, lo cercherò da solo” borbottò aprendo la porta della stanza. “E magari poi cerco anche un gatto per pulirmi!”
“Ehm... che dite ragazzi, mandiamo un pezzo?”

( tratto da "Greg and the Tropea Onions" - MDX Ediz. 2003 )

Wednesday, 12 May 2010



Serena gli Onions li seguiva da tempo. Per la precisione da quando avevano iniziato a muovere i primi passi nella scena underground milanese. Tre ragazzi calabresi con un'insana passione per la musica hardcore che avevano avuto la fortuna/sfortuna di incrociare le loro strade con quella di Gregory una buffa notte di settembre. Complici un diluvio ed una ruota bucata sulla tosco-romagnola.
Era stata di Serena l'idea di un sito internet ed era lei a tenerlo in piedi documentando tutte le loro esibizioni. Le piacevano proprio quei ragazzi, adorava la loro musica e adorava averci a che fare.
Soprattutto le piaceva quel tipo coi capelli a spazzola che cantava aggrappato al microfono come se dovesse sempre cadere da un momento all'altro.
Gestire il loro sito internet, divulgare le notizie, le idee della band non era un semplice passatempo. Era una vera passione. Poi però era arrivato il signor Lanzetti, la Accor Recordings e i Tropea Onions erano passati da perfetti sconosciuti a imperfetti medio conosciuti. Così Serena si era ritrovata di botto a dover gestire non solo un sito internet, ma tutto uno stuolo di ragazzine adoranti e schiave dei social network.
Il demo degli Onions era un misto di grunge, punk e spruzzate dark alla Cure, in un'accozzaglia di suoni che il critico di punta di Metal Radar per primo aveva definito “pungente ed elegante al tempo stesso”, ma che gira gira era solo un riciclare brani minori di gruppi poco famosi degli anni settanta e ottanta. Questo pensava nella realtà Gregory, a cui spesso toccava litigare con Willie, il batterista del gruppo, per le sue idee lievemente strampalate sulla scenografia e lo stile della band durante le esibizioni. Eppure, nonostante dissapori e litigi, Amilcare Lanzetti ci aveva visto giusto e il loro brano di punta “Onanismo apatico” restava stabile al quarto posto delle charts milanesi come pezzo heavy più trasmesso dalle radio.
Il 12 febbraio gli Onions erano di scena all'Indian Saloon e il locale era pieno già mezzora prima dell'inizio del concerto. Quella sera avrebbero festeggiato i primi due anni di vita del gruppo e tutti erano contenti. Era contento Amilcare, che vedeva il suo investimento iniziale a poco a poco moltiplicarsi. Era contenta Serena, che rimediava un bel gruzzolino vendendo maglie e spillette della band. Era contento il settantacinque per cento calabro della band. Erano contenti pure i trecentoquindici paganti e i gli oltre duemila spettatori, paganti anche loro, che avrebbero seguito il concerto in streaming sul sito della band. L'unico che proprio non riusciva ad essere contento era Greg.
Da oltre venti minuti se ne stava rinchiuso dentro il cesso nel retro del locale, a fumare sigarette e a bere soda. Ne aveva bevuti già quattro bicchieri e ancora non era soddisfatto del suo growl, che, nonostante partisse bene non faceva altro che sfociare in un sonoro rutto al retrogusto amarognolo di lime strizzato.
Continuava a guardarsi allo specchio e ad emettere ululati e vocalizzi che non lo soddisfavano.
“Greg, sei pronto?” urlò Riccardo da fuori, chitarra alla mano.
“Iniziate voi. Sto arrivando.”
“Partiamo con Spegni Tutto e l'intro dura solo due minuti, non te lo scordare!”
“Sta tranquillo, me lo ricordo.”
Ed era vero. Greg lo ricordava bene che l'intro di “Spegni Tutto” durava intorno ai due minuti. Quello che non ricordava mai era la strofa di apertura del pezzo. Si confondeva sempre con la seconda e tutte le volte che accadeva Willie, che era l'autore del pezzo, gli lanciava occhiate di fuoco. La verità era semplice: per Greg tutti i pezzi scritti da Willie facevano cagare e di conseguenza gli veniva difficile mandarli a memoria.
Era un po' come imparare le poesie in quarta elementare in fin dei conti. Arriva sempre quel punto in cui si incespica e si rimane a guardare il vuoto con occhi ebeti.

( tratto da "Greg and the Tropea Onions" - MDX Ediz. 2003 )

Wednesday, 14 April 2010


“Un giorno o l'altro passerò all'eroina.”
Questo pensava Gregory davanti alla porta aperta del frigorifero. In ginocchio, intento a ingurgitare cubetti di pancetta affumicata, mentre la luce bianca del frigorifero illuminava la sua sagoma da modello di intimo maschile sovrappeso. Già si vedeva accomunato ai vari Belushi e Staley, vittime come lo sarebbe stato lui di uno speedball particolarmente glorioso.
Che un giorno sarebbe passato a qualcosa di molto più pesante lo sapeva benissimo sin dall'età di sedici anni, quando aveva preso a rollarsi i primi sfilatini dietro le gradinate del palazzetto dello sport durante i concerti della scuola. I novelli musicisti suoi colleghi parlavano di chitarre, di accordature e del nuovo album dei Metallica. Chi ce la faceva ad abbattere la solitudine ed il calore della certezza di un cinque dita pomiciava con la tipa di turno nei bagni. Lui, lo smilzo e Francesco aspiravano tetraidrocannabinolo soffiandolo fuori in grosse e dense nuvolette grige.
Che un giorno sarebbe passato a qualcosa di molto più pesante lo sapeva anche suo padre, anche se lui lo aveva capito che Greg frequentava ancora le elementari. Lo osservava mentre col figlio dei vicini si dondolava sulla loro altalena. Greg spingeva Dario per venti minuti. Poi con calma sedeva sull'altro seggiolino e girava su se stesso tenendosi ben ancorato e saldo alle corde che reggevano il seggiolino. Dopo aver girato su se stesso una dozzina di volte si lasciava andare sollevando i piedi da terra, godendosi così quei quindici secondi di effetto trottola. Una volta in piedi rideva e barcollava come un idiota.
Suo padre, vedendogli vomitare la merenda per il quarto giorno di fila sul prato dei vicini, gli si avvicinava sorriddendo e spingendolo verso casa sussurrava “Lo sai che sei una testa di cazzo, vero?” Il tutto alternato dalle immancabili frasi fatte, come l'ammissione del come siano fatti i ragazzi, rivolte ai genitori dell'altro ragazzino, che intanto rideva a crepapelle chiedendo ai suoi se poteva anche lui cimentarsi nell'impresa trottolante.
Ed era di fronte al diniego sorridente dei genitori del piccolo Dario che il padre di Greg sorrideva nuovamente a sua volta, ripetendo ancora a denti stretti a Greg:
“Lo sai che sei una testa di cazzo, vero?”


( tratto da "Greg and the Tropea Onions" - MDX Ediz. 2003 )